La Brexit incombe sull’Europa

La Brexit incombe sull’Europa

La premier britannica Theresa May al centro del dialogo tra le due fazioni della Brexit, quella dura e quella soft, e l’Unione Europea, che dalla Gran Bretagna vuole risposte sui futuri rapporti del paese con l’istituzione cui ha voltato le spalle. 

Il divorzio tra Unione Europea e United Kingdom si arricchisce ogni giorno di nuovi capitoli. In questi giorni il Consiglio Europeo si è riunito per negoziare con la premier britannica Theresa May i termini per l’uscita dalla zona euro.

Il count down, che si concluderà il 29 marzo del 2019, esige che le modalità di uscita vengano esposte chiaramente sin da adesso anche se per concludere i negoziati gli inglesi hanno indicato il prossimo mese di ottobre, in modo da concedere a tutti gli stati membri un tempo ragionevole per ratificare il documento finale.

Ci sono troppe questioni da dirimere, a partire dalla possibilità di mantenere una partnership economica con l’Ue ma anche quella particolarmente delicata dei confini con l’Irlanda.
Sarebbe auspicabile che per allora le due anime della Brexit, quella disposta a trattare e quella che preferirebbe chiudere totalmente con l’Europa, riuscissero a trovare una linea comune.

I termini già scritti della transizione

Le linee guida su come si svilupperanno i futuri rapporti con Londra sono state tracciate.

Su un punto l’intesa sembrerebbe esserci, ossia i diritti che i cittadini europei manterranno nel Regno Unito e che i cittadini del Regno Unito manterranno nei paesi dell’Unione Europea.

Il 19 marzo, prima del summit del 22 marzo, la Commissione europea si era già resa disponibile a concedere un periodo di transizione alla Gran Bretagna dal 29 marzo 2019 fino al 31 dicembre 2020.

Per allora scadrà anche il bilancio settennale dell’Ue. Ciò si traduce nel fatto che, pur non essendo più un membro dell’Unione Europea, la Gran Bretagna continuerà il libero commercio con i paesi Ue, e che, fino al 2020 le normative vigenti su persone, merci e capitali resteranno immutate.

Theresa May…be

La premier Theresa May, che i critici hanno ribattezzato “Maybe” accusandola di indugiare in maniera eccessiva,  aveva già messo le mani avanti avvertendo che “nessuno otterrà tutto ciò che vuole”.

Difficilmente si potrà arrivare a un compromesso conveniente per tutte le parti in causa soprattutto tenendo conto delle questioni su cui Londra non intende concedere nulla.

Per i sostenitori della linea dura, con il loro voto a favore di Brexit, i cittadini britannici hanno voluto riprendere il controllo del proprio territorio, rifiutando di continuare a sottostare alle regole comunitarie.

Ciò che chiedono ai loro rappresentanti è di smettere di contribuire economicamente all’Ue, di non accettare più le leggi europee e di chiudere i confini. Si attende di comprendere come questo potrà tradursi al momento dell’accordo con Bruxelles, perché un “accordo” presuppone che si rinunci a qualcosa.

Sempre secondo la May però “non trovare alcun accordo è sempre meglio di un cattivo accordo“.

I temi del dibattito

Il periodo di transizione non risolverà le questioni insolute, servirà soltanto a posticipare l’inevitabile decisione sulle questioni più spinose: il futuro ruolo della Corte di giustizia europea nel Regno Unito, il futuro dei rapporti commerciali e la questione nordirlandese.

Gran Bretagna contro il Diritto dell’Unione Europea

Su un punto la Gran Bretagna sembra aver già le idee chiare: estromettere la Corte di giustizia europea da ogni controversia commerciale riguardante cittadini britannici. Il sistema arbitrale inglese risulterebbe così essere del tutto indipendente.

Sull’altro fronte, dall’Unione Europea si vorrebbe scongiurare che la Gran Bretagna imponga regole fatte su misura per se stessa, continuando a godere dei vantaggi dell’essere membro ma senza essere assoggettata agli oneri di esserlo.

Rapporti commerciali a rischio

Come saranno i rapporti commerciali tra Regno Unito e Unione Europea nel post Brexit è ancora da definire. Parlare di cordialità, di onesta concorrenza o di dialogo è un po’ prematuro visto che, per arrivare al libero scambio di beni e servizi auspicato da tutti, non si può rinunciare al passporting finanziario, come invece ha dichiarato di voler fare la Gran Bretagna, o alla presenza britannica nel  Mercato Unico Digitale.

Il “passporting” è il diritto che le società acquisiscono, dopo esser state registrate nello Spazio economico europeo (SEE), di poter fare business in qualsiasi altro Stato SEE, bypassando il sistema delle singole autorizzazioni Stato per Stato.
Anche società con sede extra SEE possono godere dei diritti conferiti dal passport se autorizzate in uno Stato membro. Per le società britanniche del dopo Brexit potrebbe avvenire questo.
Ma per essere autorizzate il loro paese deve prima essere disponibile a concedere lo stesso tipo di autorizzazione.

Le stesse banche che operano nella City di Londra, senza l’autorizzazione dell’UE al commercio dovrebbero scontrarsi con un muro burocratico che comprometterebbe i loro affari.

Da Londra hanno ribadito che la volontà resta quella di lasciare il Mercato unico e l’Unione doganale.

La questione nordirlandese

In riferimento alla delicata questione nordirlandese Theresa May ha detto che “l’Ue non ci dividerà e l’accordo rafforzerà anzi l’unione tra le nostre nazioni e i nostri cittadini”.
La Commissione Ue ha presentato un documento in cui propone che, a differenza degli altri paesi del Regno Unito, Irlanda del Nord ed Eire rimangano nel mercato unico e nell’unione doganale, allo scopo di evitare controlli al confine e complicazioni doganali con la Repubblica d’Irlanda, che fa parte dell’Unione Europea e dell’Eurozona.

Quella che è stata battezzata “opzione backstop” rappresenta il piano B dell’Unione Europea e prevede che l’Irlanda del Nord usufruisca di una speciale deroga che le permetta di rimanere nello spazio economico europeo. Da Bruxelles fanno sapere che se Londra non proporrà altre soluzioni accettabili si farà ricorso a questa.

La posizione di Bruxelles

Se sottoscritto, il documento di transizione traghetterà Europa e Gran Bretagna fino alla fine del 2020, mantenendo intatti i privilegi di Londra ma rimandando gli oneri della Brexit a dopo.
In quelle pagine Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord risultano destinate a restare parte integrante dell’Unione Europea.

La Londra post Brexit per Bruxelles non potrà più essere centro nevralgico dei servizi finanziari, primato messo in discussione già adesso dalla “fuga” verso altre città europee.
Intanto, chi ha interessi economici in Gran Bretagna, si sta organizzando per affrontare tutti i possibili scenari che si verrebbero a creare.

L’emorragia di banche e aziende continua senza sosta, così come la dislocazione degli affari in altre sedi extra UK preesistenti od opportunamente inaugurate.

Anche l’Italia si candida ad ospitare chi non intende aspettare l’evolversi degli eventi per lasciare il Regno Unito. Se avete interessi a Londra e il vostro dubbio è che possano subire le conseguenze della Brexit non esitate a contattare i nostri legali per un consiglio.

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