Referendum Brexit, l'Europa non più unita si prepara a salutare il Regno Unito

Referendum Brexit: L’Europa non più unita si prepara a salutare il Regno Unito

Via dall’Europa, panico sui mercati.

Con un referendum di tipo consultivo, quindi non vincolante legalmente, in un testa a testa storico, i britannici hanno scelto di affrancarsi dall’Europa. Una volta che i cittadini hanno detto la loro, sarà il Parlamento a decidere cosa fare.

Seppure si prospettino tempi lunghi per definire gli accordi tra chi va via e chi rimane, un grosso terremoto si è scatenato su tutti i mercati quando il 24 giugno il mondo si è svegliato alla notizia della vittoria dei “secessionisti”. Scenari peggiori di quelli post 11 settembre.

Lo hanno ribattezzato non per niente Black Friday: 637 miliardi di euro bruciati in un solo giorno. Oro a prezzi da capogiro, petrolio che affonda e spread che si impenna fino a 190 punti per poi assestarsi a quota 160. E poi naturalmente la crisi della sterlina, che ha toccato i minimi dal 1985 sul dollaro, scendendo a 1,3406 per poi recuperare a 1,3732, record comunque negativo dal 2009 ad oggi. Rispetto all’euro ha scambiato a 0,815. Non solo Europa, quando la vittoria del “leave” si è diffusa, Tokyo ha subito un calo di 8 punti mentre Sydney è scesa di 4.

Alla riapertura dei mercati le principali borse europee non hanno abbandonato il segno meno, l’euro ha perso terreno rispetto al dollaro, mentre il petrolio si è confermato in calo. I timori degli investitori hanno continuato a pesare sulla sterlina che ha nuovamente toccato i minimi degli ultimi 31 anni.

Laddove tutto è nato regna il caos. Il premier David Cameron dopo aver indetto il Referendum, aveva puntato sulla permanenza in Europa, cosa che gli è costata credibilità e poltrona, il clima indipendentista ha coinvolto la Scozia, i cui cittadini avevano chiaramente espresso il desiderio di non lasciare l’Ue e che per restare potrebbe a sua volta indire un Referendum che la svincoli dalle decisioni di Londra. Si parla addirittura di una reggenza di Carlo che subentrerebbe alla madre Elisabetta sul trono. Si nutrono incertezze e preoccupazioni su cosa ne sarà dei cittadini europei che vivono, studiano e lavorano nel Regno Unito. Avranno ancora accesso gratuito ai servizi sanitari? Pagheranno maggiori tasse universitarie? Si perderà il diritto alla casa? Verranno ancora riconosciuti i titoli di studio? Verranno applicati dazi doganali per le merci importate ed esportate? Tutto è messo in discussione dalla vittoria del “Leave”.

Il Consiglio europeo attenderà la richiesta ufficiale di recesso, a quel punto potrà valutare la modalità di uscita e i conseguenti accordi che regolamenteranno i futuri rapporti col Regno Unito, secondo i dettami dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, il documento fondamentale dell’Unione Europea. L’articolo stabilisce un limite di tempo di due anni per concludere le operazioni di uscita, fino ad allora restano valide anche per i sudditi della Regina Elisabetta le direttive europee, seppure, confermando la volontà popolare, non verranno più coinvolti nel processo decisionale. Se è impossibile divorziare in assenza di richiesta di divorzio è anche vero che nessuno sembra aver fretta di ratificare il Referendum.

Per prevedere le modalità d’uscita si potrebbero prendere a modello le situazioni di altri stati che, pur non aderendo, mantengono accordi con l’Unione Europea. Sulla falsariga della Norvegia, Londra potrebbe rimanere all’interno dell’Associazione europea di libero commercio (Efta) e negoziare l’ingresso allo Spazio economico europeo (See) con una collaborazione estesa anche ad alcuni aspetti delle politiche di sicurezza. Ma dovrebbe continuare a rispettare tutti i regolamenti europei, pur non avendo voce in capitolo nella stesura. In questo caso però dovrebbe consentire la libera circolazione, la cui negazione è stata alla base del Referendum.

Seguendo l’esempio della Svizzera potrebbe uscire dalla See ma non dall’Efta, mantenendo gli accordi sul libero scambio di merci e persone, garantendo un “passaporto finanziario” per le banche. C’è poi la situazione turca: un’unione doganale senza restrizioni e dazi per i beni che esclude accordi sulla circolazione delle persone. Possibile pure l’applicazione del Ttip, l’accordo di libero scambio che l’Ue sta negoziando con gli Usa relativamente ai beni.

L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha diffuso un “Brexit Sensitivity Index”, basato sull’export verso il Regno Unito, sui flussi migratori e sugli investimenti stranieri. Ne emerge un’Italia poco vulnerabile agli effetti del Referendum. Lo stesso non si può dire della Spagna, ottava nella classifica generale dei venti mercati presi in considerazione.

Abbandonando ipotesi e illazioni resta il dato di fatto che la Brexit sta avendo un impatto determinante sull’andamento dei mercati finanziari. I primi effetti li abbiamo già visti nelle ore successive ai risultati del referendum britannico ma adesso è logico attendersi un crollo della propensione al rischio degli investitori, che hanno già iniziato a rifugiarsi in porti sicuri, a partire dall’oro (schizzato sopra quota 1.300 dollari l’oncia) con ripercussioni sulle asset class più fragili mentre, sul fronte valutario, si va verso yen, franco svizzero e dollaro. Chi ha sottoscritto fondi comuni di investimento, secondo il consiglio dei gestori, dovrebbe mantenere i propri risparmi o incrementare le quote per limitare i danni. Chi ha sottoscritto piani di accumulo può sospenderli e aspettare tempi migliori per riprendere a comprare, oppure valutarne la conversione in fondi obbligazionari.

Gli esperti ci informano che le valutazioni dei titoli di Stato tedeschi, statunitensi e inglesi, Bund, Treasury e Gilt, saliranno, mentre i titoli di stato dei Paesi periferici, tra cui l’Italia, subiranno l’aumento dello spread con il Bund tedesco. Sul fronte azionario, scenderanno i listini sia britannici che europei, mentre sterlina ed euro si svaluteranno nei confronti del dollaro.

Va dato atto alla Banca Centrale Europea e alla Bank of England la loro disponibilità ad intervenire per evitare crisi di liquidità.

Sui dazi doganali tutto dipenderà dagli accordi che saranno trovati tra Ue e Regno Unito. Nelle ipotesi peggiori si applicherebbero per le merci, mentre oggi sono vietati dai trattati europei. Molto più probabili le restrizioni sui servizi.

I contratti attuali con le imprese dipendono dal cosiddetto passport regime, che non dovrebbe più valere, cosa che porterà inevitabilmente a delle conseguenze. Altre norme che potrebbero cambiare riguardano le fusioni tranfrontaliere, gli interessi, le royalties e gli aiuti di Stato.

Le imprese temono l’effetto sterlina debole sulle esportazioni e molte si dichiarano già disposte a fare i bagagli e lasciare la City.

La sterlina debole potrebbe invertire in termini di competitività il rapporto che c’era tra Italia e Inghilterra ai tempi della lira.

All’indomani del Referendum c’era già chi ne invocava a gran voce un altro per rendere invalido questo. Più di tre milioni di persone hanno firmato per chiedere che con una percentuale di scarto bassa tra i leave e i remain, non si possa considerare una volontà popolare ben rappresentata.

Curioso il fatto che alla Gran Bretagna spetti la presidenza di turno Ue a partire dal secondo semestre del prossimo anno.

Una situazione come quella che stiamo vivendo dovrebbe servire d’insegnamento agli investitori sull’importanza di possedere portafogli solidi. Diversificare, monitorare e correggere, possibilmente con l’assistenza e la guida di esperti.

Lo Studio Legale Boccadutri resta a vostra disposizione per fornire assistenza e chiarimenti su come tutelare nel migliore dei modi i vostri risparmi o se state progettando di trasferirvi nel Regno Unito. Non esitate a contattarci se avete dubbi, potete compilare il modulo di richiesta on-line qui  o scriverci via e-mail all’indirizzo [email protected]

Referendum Brexit: L’Europa non più unita si prepara a salutare il Regno Unito ultima modifica: 2016-06-28T09:53:46+00:00 da Calogero Boccadutri

Related Posts

Leave A Reply