Adozioni internazionali: tra crisi e special needs qualcosa si muove?

Adozioni internazionali: tra crisi e special needs qualcosa si muove?

Il percorso per adottare bambini all’estero si fa sempre più tortuoso.

In tanti finiscono col rinunziare, anche dopo aver ottenuto l’idoneità. Eppure la CAI, l’Ente preposto, torna a farsi sentire

L’adozione internazionale ha vissuto anni migliori.
I genitori italiani che riescono ad adottare bambini all’estero sono sempre di meno.
Qualcosa sta cambiando, ossia la situazione politico-sociale dei paesi da cui provengono i bambini, qualcosa non cambia mai, vale a dire i percorsi tortuosi della burocrazia.

Dai 4.130 bambini che hanno fatto felici altrettante famiglie nel 2010, si è scesi ai 2.211 del 2015.
Un calo vertiginoso dovuto anche ad un’altissima percentuale (si parla del 30%) di coppie idonee che rinunciano quasi in dirittura d’arrivo.

La commissione adozioni internazionali riprende i lavori

Un dato che fa sperare nel cambiamento di tendenza è che la Cai, la “Commissione Adozioni internazionali”, ossia l’Ente preposto, dopo anni di immobilismo, è stato rimesso in moto dal nuovo Presidente nonché Ministro per i Rapporti con il Parlamento (con delega in materia di adozioni internazionali e pari opportunità), Maria Elena Boschi.
Chiamata a rispondere di adozioni e affidi, in commissione Giustizia alla Camera, ha “dato i numeri” sulla situazione attuale e prospettato l’investimento di 20 milioni di euro per far ripartire il meccanismo.
Parte della cifra dovrebbe servire a rimborsare le spese sostenute dai genitori in passato.
La cronaca ci dice che le ultime famiglie ad aver ricevuto un rimborso sono state quelle cui è stato affidato un bimbo nel 2011. E non tutte.

Il ruolo della Commissione è quello di mantenere i contatti con i paesi d’origine dei bambini, gestire gli enti che accompagnano le famiglie nell’adozione e fare da referente per le famiglie adottanti.

Peccato che a settembre la Commissione avrebbe dovuto già riunirsi, secondo i proclami del Ministro Boschi, ma il mese è trascorso senza notizie.
Una volta disattese le aspettative non è ancora dato sapere se allo studio del Governo ci siano metodi efficaci per la riduzione di tempi e costi.

Una soluzione potrebbe essere quella di cercare accordi in altre nazioni ma al vaglio ci sarebbe anche una differenziazione tra le famiglie che fanno richiesta, in base al reddito, in modo da quantificare il rimborso tenendo conto della singola situazione patrimoniale.
Certo che legare i futuri rimborsi all’ISEE, come trapelato, più che una soluzione sembrerebbe un aggravio.

Per chi vuole adottare un giudizio di troppo

In Italia, caso unico in Europa, chi chiede di adottare un bambino deve sottoporsi al giudizio del Tribunale per i minorenni, cui spetta stabilire l’idoneità.
Prima di arrivare ad un giudizio si rischia di dover partecipare a innumerevoli incontri. 
Per di più riuscire a portare un bimbo a casa potrebbe portare ad attese fino a cinque anni.
Facile comprendere perché i potenziali genitori rinuncino nel bel mezzo della pratica.

Numerosi anche i casi di chi, concluso tutto l’iter e giudicato idoneo sia dai servizi sociali che dal Tribunale dei Minori, decida di non procedere entro l’anno con la richiesta agli enti preposti.
Trascorso l’anno l’idoneità scade e le coppie per riottenerla dovrebbero ricominciare la pratica da zero.

La decisione di desistere viene presa anche a causa dell’entità dei costi dell’adozione internazionale, destinati ad aumentare esponenzialmente se l’adozione non va subito a buon fine.
Soltanto il 50% delle spese sostenute è deducibile dal reddito complessivo, se perfettamente documentate e certificate.

Special needs: bambini speciali da adottare

È anche possibile che la rinuncia possa dipendere dalla situazione dei bambini adottabili.
Se in passato i paesi da cui provenivano i bimbi privilegiavano la soluzione dell’adozione internazionale per non farli restare negli istituti, attualmente gli stessi paesi preferiscono privilegiare le adozioni nazionali, essendosene create le condizioni.
Adottando migliori politiche di welfare, o al contrario subendo la propria instabilità politica, questi paesi diminuiscono in maniera considerevole il numero di minori adottabili.
La Convenzione dell’Aja, ratificata in Italia con la legge n.476 del ’98, prevede che si ricorra sempre meno alle adozioni internazionali visto che è auspicabile che ogni paese riesca a provvedere da solo al benessere dei propri bambini.

Quelli che restano disponibili per i genitori italiani sono bimbi spesso troppo grandi, con conseguente difficoltà ad adattarsi in un paese straniero, oppure bimbi con special needs, necessità speciali, siano esse malattie gravi, sieropositività, cardiopatie, storie tragiche o problemi psicologici.
Si parla di special needs anche in caso di gruppi di fratelli che non andrebbero separati.

Affidare le pratiche ad un professionista aiuta

Il consiglio è quello di affidarsi a dei professionisti prima di avviare le pratiche o in corso d’opera, per un’assistenza qualificata ed una guida lungo un iter che potrebbe fiaccare anche le persone più motivate.
Gli avvocati dello studio legale Boccadutri potranno chiarire qualsiasi dubbio in materia grazie alla loro esperienza a trattare con le parti e gli agganci nei paesi di provenienza dei piccoli.

Se siete disponibili ad accogliere un bambino in casa vostra, a prescindere da dove provenga, ed avete mille domande e perplessità, non esitate a contattare l’avvocato Alessandra Moscato, capo del nostro Dipartimento di Diritto di Famiglia, e-mail: [email protected] oppure compilate il modulo di richiesta on-line qui.

 

 

Adozioni internazionali: tra crisi e special needs qualcosa si muove? ultima modifica: 2016-11-04T12:45:03+00:00 da Calogero Boccadutri

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